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venerdì 20 aprile 2012

Il Santo del Giorno-20/04/2012


S. Agnese (Segni) di Montepulciano
Monaca domenicana


Agnese Segni nacque il 28 gennaio 1268 a Gracciano, piccolo borgo, situato a tre miglia da Montepulciano, nell'amena campagna, la Val di Chiana, che fa corona alla città, celebre, oltre che per il suo vino nobile, per la sua storia, per le ricchezze artistiche e per gli uomini illustri che ne ebbero origine. Basti ricordare il Papa Marcello II, il Dottore della Chiesa San Roberto Bellarmino e il poeta Angelo Ambrogini detto appunto il Poliziano.
A Gracciano Agnese sentì presto il fascino delle cose spirituali. Durante una visita con i suoi familiari a Montepulciano ebbe modo di vedere più volte le suore del "sacco", chiamate così per il rustico sacco che indossavano; la loro vista suscitò in lei una spontanea simpatia verso le religiose. A nove anni chiese di essere ammessa tra queste: vi fu accolta. Ben presto le suore si accorsero di quale tesoro avessero tra loro.
Restò poco a Montepulciano, solo il tempo necessario per la formazione religiosa di base. Gli amministratori del castello di Proceno, un paesino oggi in provincia di Viterbo, allora nel territorio di Orvieto, si recarono a Montepulciano per chiedere alcune suore per la loro terra: l'ottennero, e Agnese fu tra le prescelte: era l'anno 1283.
L'aspettativa della popolazione procenese non fu delusa; ben presto la fama delle virtù di Agnese, la giovane superiora del monastero, varcò le mura del nuovo convento e tutti poterono notare la sua profonda umiltà, il grande amore per la preghiera, lo spirito di sacrificio (per quindici anni visse di pane ed acqua), l'ardente amore verso Gesù Eucarestia.
 Il Signore l'arricchì anche del dono dei miracoli: spesso gli ossessi venivano liberati solo al suo avvicinarsi, più volte moltiplicò il pane in olio, malati gravi riacquistarono la salute. Non mancò però per Agnese la prova delle tribolazioni: gravi sofferenze fisiche la tormentarono per molto tempo.
Agnese restò a Proceno 22 anni. A Montepulciano si richiedeva la sua presenza e lei, dopo aver accertato che la volontà del Signore era che tornasse nella sua terra natia, lasciò Proceno per la sua Montepulciano: era la primavera dell'anno 1306.
In una visione, anni prima, Agnese aveva ricevuto dalla Madonna tre piccole pietre perché edificasse una chiesa ed un monastero; avuta in visione la certezza che si trattava di una costruzione da erigersi a Montepulciano, si accinse all'opera.
Le suore avevano bisogno di una regola e di aggregarsi ad un Ordine religioso che ne assumesse la cura spirituale; perciò, adottata la regola di S. Agostino come base della vita monastica, Agnese scelse l'Ordine Domenicano per l'assistenza religiosa e ciò a seguito di una visione in cui S. Domenico l'invitava ad entrare nel suo Ordine.
A Montepulciano fu angelo di pace tra varie famiglie nobili che si combattevano, e anche in questa occasione i poliziani, come già i procenesi, poterono ammirare la santità e il tatto di Agnese nel risolvere le controversie.
A pochi chilometri da Montepulciano si trovano le acque termali di Chianciano; dietro le insistenze del medico e delle consorelle, Agnese vi si recò nel 1316. La sua presenza giovò a molti malati sui quali operò vari miracoli. Quelle acque però, come lei stessa affermò, non scorrevano per lei. Infatti dopo poco tempo, ritornata a Montepulciano, fu costretta a mettersi a letto, e la sua malattia si aggravò a tal punto che, sentendo avvicinarsi la morte, alle figlie che piangevano disse : “Se mi amate veramente, dovete godere della mia morte, non piangerla, figlie mie, poiché io vado alla Vita e alla felicità eterna. Come il nostro Padre S. Domenico, anch’io, con Lui, vi sarò più utile in Paradiso che quaggiù; non temete, sarò sempre con voi.” Il Signore l'accolse nella sua gloria il 20 aprile del 1317.
Data la grande fama di santità, i frati e le suore domenicane volevano imbalsamare il corpo di Agnese e per questo motivo furono inviati dei signori a Genova per acquistare del balsamo, ma ciò non fu necessario: dalle mani e dai piedi della santa stillò infatti un liquido odoroso che impregnò i panni che coprivano il corpo della santa e ne furono raccolte alcune ampolle. Sparsasi ovunque la fama del nuovo prodigio, fu un via vai di malati che volevano essere toccati con l'olio miracoloso.
Cinquanta anni dopo la morte, afferma il Beato Raimondo da Capua, il corpo di S. Agnese era ancora intatto in tutte le sue membra, come se la Santa fosse morta da poco tempo.
Il medesimo testimone oculare lasciò scritto che la fama dei miracoli si divulgò per tutta la Toscana, per cui cominciarono dalle più remote regioni ad accorrere infermi alla chiesa che si chiamò subito di "Sant'Agnese". Molti restavano guariti. Fra questi ve n'erano alcuni che, forse animati da maggior fede, ottenevano la grazia non appena arrivati al ponte vicino alla chiesa; altri recuperavano la salute nell'entrare in chiesa; non pochi, finalmente, pur rimanendo in casa, fatto voto di visitare Sant'Agnese, venivano subito liberati da gravi malattie.
Pochi mesi appena dopo la morte, si cominciò a registrare i miracoli in un libro, dove spesso i pubblici notai erano chiamati a confermare le testimonianze dei miracolati. Da quel libro il Beato Raimondo trascrisse una lunga serie di miracoli e di grazie ottenute per intercessione di S. Agnese. L'agiografo scriveva: “a questa Vergine fu concesso da Dio un così immenso potere, che non vi fu specie di infermità, per contagiosa che fosse, che non si dileguasse alla sola di lei invocazione”. Anche oggi sono tante le famiglie di Montepulciano e fuori che ricordano l'intervento, qualche volta davvero miracoloso, di S. Agnese nei momenti più gravi e decisivi della loro vita.
Il 12 maggio 1726  Pp Benedetto XIII (Pietro Francesco Orsini, 1724-1730) scrisse il nome di Agnese nell’elenco delle Sante Vergini; anche Caterina da Siena le fu devota e due delle sue nipoti furono monache nel suo convento.

Significato del nome Agnese: “pura, casta” (greco).

Fonte principale : santaagnese.it (« RIV.»).

martedì 17 aprile 2012

Il Santo del Giorno-17/04/2012


Oggi si celebra non una Santa bensì una Beata e anche molto particolare:

Beata Caterina (Kateri) Tekakwitha
Vergine : “giglio dei Mohawks”
1a Beata pellerossa d’America



Tekakwitha (letteralmente:"colei che mette le cose a posto" o, secondo altre interpretazioni, "colei che cammina mettendo le mani avanti") nacque nel 1656 ad Osserneon, (attualmente Auriesville, nello Stato di New York), da madre Algonquina, cattolica, e padre Mohawk, di fede tradizionale, capo del villaggio Osserneon, lungo il fiume di Mohawk. La madre di Kateri, Kahenta, venne presa in sposa dal capo Mohawk in seguito ad un'incursione nel suo villaggio algonquino durante le guerre tra Uroni ed Algonquini. Ella era stata convertita al cattolicesimo dai gesuiti francesi e si mantenne ferma nella sua nuova fede pur con il dolore di non potere battezzare i suoi figlioletti a causa dell'ostilità del marito verso i "vestenera" cioè i gesuiti.

Un'epidemia di vaiolo decimò il villaggio e tra le vittime ci furono i genitori ed il fratellino minore di Tekakwitha. Si racconta che Kahenta sopravvisse al marito quel poco tempo che le consentì di battezzarlo. La piccola Tekakwitha sopravvisse fragile, indebolita nella vista, segnata in volto da cicatrici. Orfana a quattro anni, fu adottata dagli zii che non avevano figli.

Tekakwitha si dimostrò sempre laboriosa, seria, riservata, senza alcun interesse nell'adornarsi o nel pensare al matrimonio. Amava cantare i vecchi inni religiosi che aveva sentito da sua madre e capiva di essere alla ricerca di qualcosa che ancora non sapeva definire ma che trovava nella meditazione, nel silenzio, nella solenne bellezza della natura. Quando gli zii cercarono di unirla in matrimonio ad un giovane guerriero, Tekakwitha arrivò al punto di fuggire. L'immotivato rifiuto alle nozze con il giovane a cui era stata promessa a soli otto anni le causò severi giudizi, aspre e dolorose critiche e l'assegnazione di lavori pesanti e gravosi.

In quegli anni, precisamente nel 1670, i Missionari Gesuiti fondarono la Missione di San Pietro a Caughuawaga ovviamente raggiungendo i villaggi vicini per diffondere il Vangelo. Fu da padre Jacques de Lamberville, nuovo responsabile della Missione, che Tekakwitha udì presentare il messaggio cristiano nella stessa abitazione dello zio che, come di costume, doveva ospitare gli stranieri, seppure mascherando la sua ostilità per timore di una guerra con i "bianchi". L'annuncio del Cristianesimo illuminò Tekakwitha: finalmente la sua anima aveva trovato ciò che la rendeva davvero felice.

Tekakwitha, costretta a casa da una ferita al piede e quindi impossibilitata a recarsi al lavoro, espresse segretamente il desiderio del Battesimo, durante una visita di padre Jacques de Lamberville. Sebbene il sacerdote l'avesse ripetutamente messa in guardia contro la furia dello zio, Tekakwitha non volle recedere dal suo proposito. Il sacramento le fu amministrato il 5 aprile 1676, e le venne imposto il nome di Kateri, cioè Caterina in lingua locale. Le prolungate soste nella casa di preghiera dei cristiani e l'osservanza del riposo domenicale le procurarono non poche sofferenze fisiche e morali da parte della sua famiglia.
Lo stesso padre Jacques de Lamberville si rese conto della gravità della situazione e organizzò la fuga di Kateri. Accompagnata da amici fidati si portò al lontano villaggio di Sault St. Louis, alla missione S. Francesco Saverio, vicino a Montreal in Canada. Grazie ad Anastasie Tegonhatsihongo, una donna dalle ottime capacità di insegnante e che aveva conosciuto sua madre, Kateri poté immediatamente apprendere tutto ciò che le serviva per vivere come una buona cristiana.
Il giorno di Natale del 1677 Kateri ricevette la Prima Comunione e il 25 marzo del 1679, all’età di ventitré anni, con il consenso del suo direttore spirituale, Kateri pronunciò il voto di perpetua verginità; per quanto sia dato conoscere, fu la prima volta che questo avvenne tra gli indiani del nord America.

Colma di gioia spirituale, particolarmente devota alla Madre di Dio, spese tutte le energie insegnando preghiere cristiane ai fanciulli, nell'assistenza agli anziani e malati, accompagnando ogni attività con preghiera e severe penitenze.

La sua salute cagionevole non resse a lungo e morì il 17 aprile 1680, a soli ventiquattro anni. Le sue ultime parole: “Jesos Konoronkwa” (“Gesù ti amo”) rivelarono il segreto del suo cuore agli amici ed al sacerdote che l'assisteva. Pochi minuti dopo la morte il volto di Kateri si trasformò in una luce sorprendente e i segni del vaiolo scomparvero.

Il 3 gennaio 1943 fu dichiarata venerabile da Pp Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958); il 22 giugno 1980 fu elevata agli onori dell'altare, a Roma, dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005).
Caterina (Kateri) Tekakwitha sarà canonizzata il 21 ottobre 2012.

Le sue reliquie sono conservate presso la Missione San Francesco Saverio di Kahnawake, vicino a Montreal.
È patrona dell'ambiente e dell'ecologia insieme a S. Francesco d'Assisi.




Fonti principali : kateri.altervista.org; santiebeati.it (« RIV.»).

giovedì 12 aprile 2012

Dalla parte di Caterina e Francesca

Ancora una volta stiamo qui a commentare un'assurda sentenza nata dal cuore pulsante dell'odio istituzionalizzato: la magistratura. Orbene la vicenda è grave. Sembrerebbe che due pie donne di Golfo Aranci, Caterina e Francesca, sicuramente mosse dallo spirito santo, volendo riportare il fratello sulla retta via abbiano per anni sottoposto il consaguineo all'ascolto giornaliero di tutto il palinsesto di Radio Maria. Una cosa bella direte voi, una cosa bella e santa aggiungo io. Radio Maria, diretta dall'impeccabile Fanzaga, è un'emittente a dir poco meravigliosa che inonda l'etere di verità inconfutabili; nel suo palinsesto non solo evergreen come rosari, catechesi, vite dei santi, ma anche rubriche pregiate condotte da personaggi di altissimo spessore quali Antonio Socci che su queste pie frequenze conduce il programma "Nel mondo, ma non del mondo". Adesso, sapete cosa ha deciso il magistrato di turno? Che le pie donne sono delle stalkers, delle disturbatrici, e che quindi vanno condannate ad otto mesi di reclusione e al pagamento di una penale. Capito si? Atei, froci e comunisti girano liberi mentre due donne, due sante donne, devono riempire le patrie galere per l'empio ragionare di un giudice senza Dio. Io sono indignato, lascio a voi il compito di decidere l'iniziativa da intraprendere per dare appoggio a  Caterina e Francesca. (fonte)

mercoledì 28 marzo 2012

Il Santo del Giorno-28/03/2012

Questo San Giuseppe Sebastiano Pelczar non è uno qualunque: è il fondatore della congregazione delle Ancelle del Sacro Cuore di Gesù.

San Giuseppe Sebastiano Pelczar
Vescovo di Przemyśl, fondatore :
“Ancelle del Sacro Cuore di Gesù”





Giuseppe Sebastiano (Jósef Sebastian) Pelczar nacque il 17 gennaio 1842 a Korczyna, un piccolo paese ai piedi dei monti Carpazi, presso Krosno (PL). Passò l’infanzia nel paese natio, crescendo in un’atmosfera permeata dall’antica religiosità polacca che regnava nella casa dei suoi genitori, Adalberto e Marianna Mięsowicz. Questi accortisi presto dell’intelligenza eccezionale del loro figlio, dopo due anni trascorsi nella scuola di Korczyna, lo inviarono a proseguire gli studi in quella di Rzeszów e in seguito al ginnasio.
Mentre era studente ginnasiale, Giuseppe Sebastiano prese la decisione di dedicarsi al servizio di Dio, poiché come possiamo leggere nel suo diario, “gli ideali terreni impallidiscono, l’ideale della vita lo vedo nel sacrificio e l’ideale del sacrificio lo vedo nel sacerdozio”. Completato il sesto anno di scuola entrò nel Seminario Minore e, nel 1860, iniziò gli studi teologici presso il Seminario Maggiore di Przemyśl.
Il 17 luglio del 1864 venne ordinato sacerdote, e per un anno e mezzo fu vicario della parrocchia di Sambor. Negli anni 1866-1868 proseguì gli studi a Roma contemporaneamente nel Collegium Romanum (oggi Università Gregoriana) e nell’Istituto di Sant’Apollinare (oggi Università Lateranense), dove, oltre ad acquisire una profonda cultura, sviluppò un grande e mai sopito amore per la Chiesa e per il suo capo visibile, il Papa.
Subito dopo il ritorno in patria, fu docente nel Seminario di Przemyśl e in seguito, per 22 anni, professore dell’Università Jaghellonica di Cracovia. Come professore e preside della Facoltà di Teologia si guadagnò la fama di uomo illuminato, di ottimo insegnante, di organizzatore e amico dei giovani. Un segno di riconoscimento da parte della comunità accademica fu indubbiamente la sua nomina a rettore della Almae Matris di Cracovia (1882-1883).
Don Pelczar non si limitò soltanto a svolgere un lavoro scientifico, ma si dedicò con passione anche ad attività sociali e caritative. Diventò membro attivo della Società di S. Vincenzo de’ Paoli e della Società dell’Educazione Popolare della quale fu preside sedici anni. In quel periodo, la Società dell’Educazione Popolare fondò centinaia di biblioteche, organizzò molti corsi gratuiti e distribuì tra la gente più di centomila libri, come pure aprì una scuola per le persone di servizio.

Nel 1891, per iniziativa di Don Pelczar, venne fondata la Confraternita della Santissima Maria Vergine Regina della Polonia, che, oltre agli scopi religiosi, svolgeva funzioni sociali, come l’aiuto agli artigiani, ai poveri, agli orfani e ai servi malati, e specialmente a quelli disoccupati.
Sotto la spinta dei gravi problemi sociali del tempo, sicuro di interpretare la volontà di Dio, nel 1894 fondò a Cracovia la Congregazione delle “Ancelle del Sacro Cuore di Gesù”, ponendo come suo carisma la diffusione del Regno dell’amore del Cuore di Gesù. Era suo desiderio che le suore della nuova Congregazione diventassero segno e strumento di tale amore verso le ragazze bisognose, i malati e quanti avessero bisogno di aiuto.
Nel 1899 venne nominato vescovo ausiliare di Przemyśl e un anno dopo, in seguito alla morte di Mons. Luca Solecki, Ordinario di quella Diocesi della quale per venticinque anni ne fu un pastore zelante, promuovendo il bene delle anime a lui affidate.
Nonostante le condizioni di salute non buone, il vescovo Pelczar si dedicò con impegno instancabile ad attività religiose e sociali. Per ravvivare nei fedeli lo spirito della fede visitava spesso le parrocchie, si prodigava per accrescere il livello morale e intellettuale del clero dando egli stesso l’esempio di una profonda pietà che si esprimeva nel culto del Sacratissimo Cuore di Gesù e della Madonna. Essendo un ardente adoratore del Santissimo Sacramento, invitava i fedeli a partecipare assiduamente alle funzioni eucaristiche. Grazie ai suoi sforzi, durante il suo episcopato crebbe il numero di nuove chiese, di cappelle e vennero restaurate molte delle chiese più vetuste. Malgrado una situazione politica sfavorevole, presiedette tre sinodi diocesani ponendo le basi giuridiche per diverse nuove iniziative e rendendole in tal modo più stabili e durature.
Il vescovo Giuseppe Sebastiano Pelczar si immedesimò nei bisogni dei suoi fedeli ed ebbe molta cura degli abitanti più poveri della sua diocesi. I giardini d’infanzia, le mense per i poveri, i ricoveri per i senza tetto, le scuole d’avviamento professionale per le ragazze, l’insegnamento gratuito nei Seminari per i ragazzi poveri: sono soltanto alcune delle opere nate grazie alle sue iniziative. In particolare, ebbe molto a cuore la condizione degli operai, i problemi dell’emigrazione, molto attuali in quel periodo, e quelli dell’alcoolismo. Nelle lettere pastorali, negli articoli pubblicati ed in altri numerosi interventi, indicava sempre la necessità di attenersi fedelmente all’insegnamento sociale del Papa Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903).
Dotato da Dio di singolari doti non soffocava le sue capacità ma le moltiplicava e le faceva fruttare. Fu un lavoratore instancabile. Ne dà prova, tra l’altro, la sua ricchissima eredità letteraria di cui fanno parte numerose opere teologiche, storiche e di diritto canonico, nonché manuali, libri di preghiere, lettere pastorali, discorsi e omelie.
Il vescovo Giuseppe Sebastiano Pelczar morì la notte tra il 27 e il 28 marzo del 1924 lasciando il ricordo di un uomo di Dio che, nonostante i tempi difficili in cui ebbe a vivere ed operare, faceva sempre la volontà del suo Signore.
Don Antonio Bystrzonowski, suo alunno e successore sulla cattedra universitaria, nel giorno dei funerali disse: “Il defunto vescovo di Przemyśl ha unito nella sua persona gli attributi e i talenti più belli e cioè uno zelo pastorale indistruttibile, lo spirito di iniziativa, il dinamismo d’azione, il lume di una grande scienza e una santità di virtù ancora più grande. È stato esempio luminoso di eccezionale laboriosità e di entusiasmo sempre giovanile”.
Il 2 giugno del 1991, durante il quarto pellegrinaggio in patria, il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) ha iscritto nell'albo dei beati il vescovo Giuseppe Sebastiano Pelczar e, il 18 maggio 2003, a Roma, lo stesso Papa lo ha canonizzato.




Fonte : vatican.va (« RIV.»).

venerdì 16 marzo 2012

Sant’ Ilario, Vescovo
San Taziano, Diacono
Martiri
Patroni di Gorizia



Il Catalogo episcopale aquileiese indica Ilario come secondo vescovo di Aquileia e Taziano come suo diacono.
Gli acta, redatti in forma fantasiosa verosimilmente intorno alla fine dell’XI secolo, narrano come il giovane Ilario si dedicasse con serio impegno allo studio e alla meditazione, eccellendo nella conoscenza delle sacre scritture. Per questo motivo la comunità cristiana di Aquileia lo volle prima diacono e poi vescovo, quale successore diretto del protovescovo Ermacora. Ilario scelse come suo diacono un concittadino di nome Taziano.
 Durante la persecuzione scatenata dall’imperatore Numeriano, nel 284, il preside di Aquileia Beronio fece arrestare Ilario. Al rifiuto del vescovo di sacrificare agli idoli, Beronio lo condannò alla fustigazione, alla scarnificazione e nelle ferite gli versarono aceto, sale e peli di cammello. Il santo cantava sereno inni a Dio e dopo aver invocato il Signore, soffiò verso gli idoli d’argento collocati sull’ara, mandandoli in polvere.
Beronio, il 16 marzo 284, decretò l’immediata pena di morte di Ilario di Taziano e di altri tre cristiani prigionieri di nome Felice, Largo e Dionigi.
Anche se, generalmente, le vicende tramandate dagli acta sono frutto di fantasia e denotano gli intenti di edificazione spirituale perseguiti dal compilatore, non c’è motivo per dubitare della realtà storica di Ilario e Taziano.
Verso la fine del IV secolo, infatti, fu edificata in Aquileia, in prossimità del foro, una memoria dedicata a S. Ilario, a pianta quadrata, internamente ottagonale. La sua costruzione rese necessaria la deviazione di una delle più importanti arterie cittadine e il lastricato stradale era stato mantenuto come pavimento della cappella, a dire l’importanza del luogo in cui era avvenuto l’arresto di Ilario.
Rimase agibile fino al 1799, allorché fu demolita in conseguenza dei decreti di soppressione di istituti religiosi emanati da Giuseppe II.
 A Ilario e Taziano era dedicata una chiesetta che sorgeva nell’area dell’attuale cattedrale di Gorizia almeno fin dall’inizio del secolo XIII; essa, ampliata, divenne chiesa parrocchiale nel 1460; la cattedrale metropolitana, eretta nella seconda metà del Seicento, è a loro intitolata dal 1830.

Significato del nome Ilario : “gaio, sereno, allegro” (latino);
      “                  “    Taziano: “figlio di Tazio” (latino).


Fonte principale : cattedrale.arcidiocesi.gorizia.it (« RIV.»).